venerdì 6 giugno 2008

I numeri primi gemelli..ovvero Mattia e Alice

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti tra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto la sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi bugie.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri ce ne sono alcuni che sono ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e come il13, come il17 e il19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che, per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove finché non si scoprono.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due numeri primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto. Quando si immaginava di confidarle queste cose, il sottile strato di sudore delle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto.”

Da un libro che ha lasciato un segno dentro di me, anche ora che il ricordo della storia inizia a svanire dalla mia mente…”La solitudine dei numeri primi”


Questo post è dedicato alla mia nanetta a quattro zampe...sì,sì....proprio lei...MATILDE...in questi giorni, precisamente la notte tra il 2 e il 3 giugno ha compiuto 1anno....

BUON COMPLEANNO PICCOLA TILDE!!!!!!

domenica 1 giugno 2008

Ciò che resta di "I Care"

Questo post sarebbe dovuto comparire molto e molto tempo fa, ma a quel tempo il mio blog era ancora in alto mare... forse l’impostazione che avrà questa riflessione sarà diversa da quella che avrebbe avuto l’8 aprile, nel tempo immediatamente successivo alla conferenza I Care.. ma perché non credere che anche pensieri “a freddo” in fondo non riflettano la realtà delle emozioni provate allora, che il filtro dei ricordi possa venirci in aiuto per conservare in noi ciò che di veramente importante abbiamo provato in un minuto, in un’ora, in un giorno?!
Forse ho dimenticato le parole esatte di quella che doveva essere una professoressa di diritto o i riferimenti al copyright, ma non ho certo scordato come una normale conferenza, che non suscitava in me un particolare interesse, soprattutto perché non capivo quale potesse essere la connessione tra il senso di partecipazione profonda verso tutto ciò che accade attorno a noi, come se ci riguardasse in prima persona, ovvero l’affermazione “I Care” e quella lezione su un tema da facoltà di giurisprudenza, si sia trasformata in momento di forza, di energia, che ha travolto tutti noi studenti. Attoniti e stupiti ci guardavamo attorno senza capire da dove fossero spuntati fuori quei ragazzi vestiti da clown, quell’allegria, quel colore, che avevano interrotto un confronto, dai toni piuttosto accesi, tra la professoressa e uno studente più grande, a cui era intervenuta anche una nostra collega, con il vano tentativo di ripristinare un po’ d’ordine…poi tutto è divenuto più chiaro…quei ragazzi facevano parte del progetto “Mi illumino di immenso”, che ha l’obiettivo di portare un’ondata di positività in reparti ospedalieri che troppo spesso vedono sofferenze atroci, che fanno scordare di non esser soli davanti al male. Solo una parola: ammirazione...una profonda ammirazione per tutti coloro che trovano del tempo da dedicare agli altri, che non si rifugiano in un “ho da studiare, lavorare o fare qualsiasi altra cosa” ma si guardano attorno, vedono e provano dolore nel vedere il dolore negli altri e tendono una mano, fanno un sorriso, che in certe occasioni puo’essere davvero tutto… puo’ far capire a chi si trova in una spoglia camera di ospedale, così fredda, così poco accogliente, che il mondo là fuori non è insensibile al male, che c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare, a portare un attimo di felicità, senza chiedere niente in cambio perché sentire una risata da parte di chi non ride più vuol dire tutto. Ricordo il mio professore di greco e latino del ginnasio, e la sua tragedia..una bambina di due anni malata di leucemia..e ricordo le e-mail che spediva a noi suoi alunni per tenerci informati di cosa accadeva nella camera dove la piccola Sofia Luce si trovava, e di quanto potessero dar conforto le mille attenzioni dei medici e degli infermieri, perché un solo sguardo, un solo gesto possono dare forza anche nei momenti in cui si crede di non averne più. La medicina non è solo quella che si apprende dai libri, ma soprattutto quello che si impara nella vita, guardando noi stessi e gli altri.
Io vorrei solo essere in grado di donare tutto questo ai miei futuri pazienti e non solo..altrimenti la mia scelta sarà solo una terribile sconfitta.