mercoledì 9 luglio 2008

IO&IL BLOG..ovvero commento finale

Ed eccomi qua a tirare le somme di tutto questo che state vedendo, del mio blog, del corso di informatica.. insomma di una parte di questo secondo semestre.. Ora posso dire con orgoglio di essere felice e soddisfatta del mio lavoro.. chi mi conosce sa quanto fossi abbattuta e scoraggiata all’inizio quando vedevo blog bellissimi, pieni di colori e di pensieri, e il mio era una semplice pagina verde da cui non riusciva ad emergere la mia persona..sì perché il problema era proprio quello.. la paura di non poter e non saper trasmettere agli altri qualcosa di me, delle mie passioni.. insomma non avrei mai pensato di potermi far conoscere anche attraverso lo schermo di un pc. Così lasciavo che il tempo passasse, e visto che tanto c’era sempre qualcosa da fare non me ne facevo poi una colpa.. ma, non essendo uno struzzo e non mettendo la testa sotto alla sabbia alla prima difficoltà, ho capito che non avrei potuto andare avanti così in eterno, e ho provato a far qualcosa: ho scoperto che installare twitter e delicious non era un’impresa colossale e scrivere qualche rigo su “I Care” o su “I have a dream” mi ha permesso di ritrovare il piacere della scrittura, e un po’ mi ha ricordato i temi del liceo. Non aveva più senso trascinarsi per inerzia a fare il minimo indispensabile, perché finalmente ero entrata nel meccanismo.. credo di essere riuscita a dare un aspetto, che in parte mi riflette, al mio blog, perché in quelle foto ci sono i miei ricordi, in quelle scritte i miei pensieri e di poter dire che questo corso, oltre ad avermi dato l’opportunità di conoscere e sperimentare twitter, pubmed e google map mi ha permesso di mettermi alla prova e di superare la totale diffidenza verso i blog come mezzi di espressione.

giovedì 3 luglio 2008

I HAVE A DREAM

A volte vorrei non percepire una vicinanza tra le lezioni in facoltà e quelle immagini che ci sono state mostrate così spesso nel corso di Storia della medicina, raffiguranti un medico che, dall’alto della sua posizione (intesa in senso stretto e lato, fisica e mentale) declamava a gran voce il testo di Galeno, sacro e inviolabile, ai discenti, a coloro che dovevano imparare senza porsi chissà quale domanda ma semplicemente prendendo per dato un qualcosa che in realtà non era tangibile.
Vorrei non vedere e non sentire anche oggi, a distanza di secoli, quella lontananza, a cui da un punto di vista etico siamo abituati e che non ritengo certo di poter criticare, in quanto deve esserci sempre rispetto nei confronti di chi insegna, ma a cui, allo stesso tempo, siamo rimasti legati come ad una pesante catena, che purtroppo si trasforma talvolta in supponenza, in arroganza, in una mancanza di disponibilità nei confronti di chi ha voglia di seguire una lezione e non di “scaldare una sedia”.
Vorrei non trovarmi di fronte a persone che credono di spiegare, ma soprattutto di esser chiare, esponendo pensieri sconnessi col peggiore linguaggio possibile, sentendosi forti della loro posizione, di quel gradino alto mezzo metro ma sufficiente a prendere le distanze dai comuni mortali.
Vorrei non tenere in mano un libro e leggendo scoprire che le parole scritte e quelle che risuonano nell’aula del cubo sono praticamente identiche e perdere così la speranza di capire qualcosa in più dagli appunti, che dovrebbero essere più semplici, più scorrevoli di un libro.
Vorrei non aver percepito quella diffidenza verso l’unico prof che si è dimostrato capace di mettersi al nostro stesso livello, offrendoci la possibilità di trascorrere una settimana che, almeno per me, è stata indimenticabile, nella quale ho sentito alcune persone veramente vicine…ed ho visto un uomo, che smessi i suoi panni da professore di chimica, girava per l’albergo in vestaglia da camera, discutendo con noi del più e del meno, dello sci, del tempo.. insomma ho visto l’uomo che è; questo non cambia certo la preparazione in una materia, ma ha cambiato un po’ me, e certamente le mie idee e le certezze che fosse impossibile sentirsi una classe anche all’università, che una volta usciti dall’aula si potesse vivere qualcosa insieme a chi abbiamo anche temuto durante gli esami.
Vorrei che un voto o una bocciatura dipendessero esclusivamente dalla preparazione di una persona e non anche dallo stato d’animo del professore, dal famoso “come gli gira”.
Vorrei poter conservare un ricordo piacevole di tutte le lezioni, come accade per quelle della professoressa Lippi, che, nonostante le poche ora a disposizione, è stata capace di tenere un corso assai piacevole, facendomi tornare alla mente così spesso, per i riferimenti al mondo greco-romano, il mio caro liceo classico, o come le lezioni del professor Raugei, che ha rapito l’attenzione di tutti noi per ben 2 mesi, con spiegazioni chiare e puntuali.
Vorrei che ci fossero più lezioni così.
Vorrei non dover dire più vorrei.
Forse sono troppi vorrei…but “I HAVE A DREAM”….e questo è il mio sogno.

venerdì 6 giugno 2008

I numeri primi gemelli..ovvero Mattia e Alice

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti tra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto la sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi bugie.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri ce ne sono alcuni che sono ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e come il13, come il17 e il19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che, per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove finché non si scoprono.
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due numeri primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto. Quando si immaginava di confidarle queste cose, il sottile strato di sudore delle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto.”

Da un libro che ha lasciato un segno dentro di me, anche ora che il ricordo della storia inizia a svanire dalla mia mente…”La solitudine dei numeri primi”


Questo post è dedicato alla mia nanetta a quattro zampe...sì,sì....proprio lei...MATILDE...in questi giorni, precisamente la notte tra il 2 e il 3 giugno ha compiuto 1anno....

BUON COMPLEANNO PICCOLA TILDE!!!!!!

domenica 1 giugno 2008

Ciò che resta di "I Care"

Questo post sarebbe dovuto comparire molto e molto tempo fa, ma a quel tempo il mio blog era ancora in alto mare... forse l’impostazione che avrà questa riflessione sarà diversa da quella che avrebbe avuto l’8 aprile, nel tempo immediatamente successivo alla conferenza I Care.. ma perché non credere che anche pensieri “a freddo” in fondo non riflettano la realtà delle emozioni provate allora, che il filtro dei ricordi possa venirci in aiuto per conservare in noi ciò che di veramente importante abbiamo provato in un minuto, in un’ora, in un giorno?!
Forse ho dimenticato le parole esatte di quella che doveva essere una professoressa di diritto o i riferimenti al copyright, ma non ho certo scordato come una normale conferenza, che non suscitava in me un particolare interesse, soprattutto perché non capivo quale potesse essere la connessione tra il senso di partecipazione profonda verso tutto ciò che accade attorno a noi, come se ci riguardasse in prima persona, ovvero l’affermazione “I Care” e quella lezione su un tema da facoltà di giurisprudenza, si sia trasformata in momento di forza, di energia, che ha travolto tutti noi studenti. Attoniti e stupiti ci guardavamo attorno senza capire da dove fossero spuntati fuori quei ragazzi vestiti da clown, quell’allegria, quel colore, che avevano interrotto un confronto, dai toni piuttosto accesi, tra la professoressa e uno studente più grande, a cui era intervenuta anche una nostra collega, con il vano tentativo di ripristinare un po’ d’ordine…poi tutto è divenuto più chiaro…quei ragazzi facevano parte del progetto “Mi illumino di immenso”, che ha l’obiettivo di portare un’ondata di positività in reparti ospedalieri che troppo spesso vedono sofferenze atroci, che fanno scordare di non esser soli davanti al male. Solo una parola: ammirazione...una profonda ammirazione per tutti coloro che trovano del tempo da dedicare agli altri, che non si rifugiano in un “ho da studiare, lavorare o fare qualsiasi altra cosa” ma si guardano attorno, vedono e provano dolore nel vedere il dolore negli altri e tendono una mano, fanno un sorriso, che in certe occasioni puo’essere davvero tutto… puo’ far capire a chi si trova in una spoglia camera di ospedale, così fredda, così poco accogliente, che il mondo là fuori non è insensibile al male, che c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare, a portare un attimo di felicità, senza chiedere niente in cambio perché sentire una risata da parte di chi non ride più vuol dire tutto. Ricordo il mio professore di greco e latino del ginnasio, e la sua tragedia..una bambina di due anni malata di leucemia..e ricordo le e-mail che spediva a noi suoi alunni per tenerci informati di cosa accadeva nella camera dove la piccola Sofia Luce si trovava, e di quanto potessero dar conforto le mille attenzioni dei medici e degli infermieri, perché un solo sguardo, un solo gesto possono dare forza anche nei momenti in cui si crede di non averne più. La medicina non è solo quella che si apprende dai libri, ma soprattutto quello che si impara nella vita, guardando noi stessi e gli altri.
Io vorrei solo essere in grado di donare tutto questo ai miei futuri pazienti e non solo..altrimenti la mia scelta sarà solo una terribile sconfitta.

martedì 20 maggio 2008

Pubmed&Io

Ricordo che la prima volta che mi sono addentrata nello sconfinato mondo di pubmed era mia intenzione cercare qualche informazione sulle malattie genetiche… trovai così tanti articoli da non saper individuare un punto di inizio…oggi, dopo qualche lezione di genetica, e una buona dose di coraggioJho varcato nuovamente l’ingresso di pubmed.
Se digitando la parola “syndrome” si trovano ben 662761 articoli è possibile restringere il campo scrivendo“genetic syndrome” (39978 risultati)..ma sono ancora troppi!!!! Ho deciso dunque di partire dalla patologia che volevo approfondire:la sindrome di Cri-du-chat. Gli approfondimenti spiegano come la patologia sia legata a delezioni, di varia grandezza, che interessano il braccio corto del cromosoma 5; alla variabilità citogenetica corrisponde una variabilità clinica:sebbene i pazienti possano presentare fenotipi diversi a seconda della sede e dell'ampiezza della delezione, vi sono una serie di caratteri che contraddistinguono la malattia: il pianto acuto monotono (da cui origina il nome della sindrome del "pianto del gatto''), la microcefalia, la sella nasale ampia, l'epicanto, la micrognazia, e il grave ritardo psicomotorio e mentale, che si accompagna a forme di autismo e anche di aggrassività. L'incidenza varia tra 1/15.000 e 1/50.000 nati vivi.
Ecco la mia prima vera ricerca con Pubmed (si spera di una lunga serie!!!!!)

venerdì 11 aprile 2008

COME DEVE ESSERE UN BANNER????

Il banner rappresenta la nuova frontiera della pubblicità: non più in televisione o sui giornali ma in Internet.
È concepito per attrarre un visitatore ad un sito web commerciale ed è visualizzato ogni volta che la pagina che lo contiene viene aperta da un browser. Crearne uno è piuttosto semplice.. è possibile utilizzare qualsiasi editor d’immagini, come Photoshop, Paint GraphicConverter, ciò che risulta invece più complesso è ottenere risultati soddisfacenti in termini di click through, ovvero del numero di persone che cliccano sull’annuncio. Esistono dei canoni, preferibilmente da seguire, per rendere il proprio banner piacevole e al tempo stesso capace di incuriosire: i colori devono essere vivaci ma non eccessivamente forti, l’animazione può essere inserita a patto che i frames non siano troppo pesanti per il download; un’immagine può aiutare, ma deve essere correlata da un testo d’impatto, coinciso ma esauriente.. infatti, nonostante possa apparire strano, non sempre i banner più appariscenti sono anche i più cliccati, per questo è consigliato mirare, piuttosto che all’estetica, alla praticità, ricorrendo anche a quelle frasi in grado di attirare il consumatore come “per te in regalo”.
Il banner sta diventando uno strumento pubblicitario consolidato su cui, sempre più, fanno affidamento la campagne pubblicitarie.


Conteggio parole: 200 tonde tonde:)